Il fuoco e la maschera: trent’anni di riti tradizionali nel mirino di Antonio Satta
Il fotoreporter Antonio Satta espone trent’anni di reportage sui riti di Mamoiada, Ottana e Orotelli, documentando il delicato equilibrio tra sacro e profano. All'evento anche la musica di Daniele Gala con il brano “Viseras"
C’è un’ironia sottile, quasi un segno del destino, nel gioco di parole che dà il titolo all’ultima fatica di Antonio Satta. “Su fogu ‘e Satt’Antoni” non è solo il richiamo ancestrale ai falò che a metà gennaio inaugurano il carnevale sardo, ma è la sintesi perfetta tra l’evento rituale e l’uomo che da trent’anni ne custodisce la memoria visiva. Antonio Satta, fotoreporter di razza e interprete sensibile, ha presentato negli spazi della galleria della Società dello Stucco, in via Cavour 43 ad Olbia, un racconto che è molto più di una semplice documentazione etnografica: è un viaggio stratificato nel tempo e nello spazio, un’analisi antropologica condotta attraverso l’obiettivo che mette a nudo l’anima della Barbagia. Il cuore del lavoro si colloca in quella geografia sacra che unisce Mamoiada, Ottana e Orotelli, centri dove il 16 e il 17 gennaio le maschere fanno la loro prima, solenne comparsa. Qui, tra Mamuthones, Issohadores, Boes, Merdules e Thurpos, Satta opera una scelta stilistica e narrativa precisa: sposta l’asse dell’attenzione dalla singola maschera al contesto corale. Se nell’immaginario collettivo siamo ormai assuefatti a ritratti isolati di figure demoniache o zoomorfe, negli scatti di Satta il protagonista assoluto è il fuoco. La pira, centro gravitazionale di ogni piazza, diventa il perno attorno a cui ruota una giostra umana complessa. Intorno alle fiamme si muovono le maschere, certo, ma anche i sacerdoti impegnati nelle liturgie, i paesani che offrono vino e cibo con una generosità che sfida i tempi, e i turisti che osservano.Proprio su questo punto la riflessione di Satta si fa pungente. Il fotografo non nasconde il rammarico per la deriva di certi eventi, un tempo patrimonio esclusivo delle comunità locali e oggi spesso trasformati in spettacoli a uso e consumo dei visitatori, perdendo quella spontaneità che li rendeva unici decenni fa. Eppure, la sua maestria sta proprio nel saper filtrare questo rumore di fondo per ritrovare il significato apotropaico e propiziatorio che ancora resiste nel profondo. Il reportage, presentato dall’associazione Argonauti, è un corpus diviso in tre atti: si parte dagli anni ’90, con la grana calda della pellicola diapositiva che ci restituisce un mondo quasi intoccato; si attraversa la metà degli anni 2000, per arrivare infine allo scorso 16 gennaio, con scatti digitali che dimostrano come lo sguardo dell’autore non abbia perso un briciolo di lucidità. L’evento inaugurale ad Olbia è stato impreziosito da un dialogo tra arti, dove la fotografia ha incontrato la musica. La performance dal vivo del cantautore olbiese Daniele Gala, con il suo brano “Viseras”, ha dato voce a quelle maschere che Satta ha saputo immortalare nel fumo delle piazze. È un richiamo potente alla scoperta di un mondo che, a pochi chilometri di distanza, rappresenta ancora un viaggio straordinario nell’ignoto. La mostra, visitabile in via Cavour, resta un’occasione preziosa per osservare come il sacro e il profano si incontrino ancora oggi in quel bagliore arancione che illumina le notti barbaricine, un invito a non fermarsi alla superficie della “giostra”, ma a cercare, tra le scintille, il senso profondo di una comunità che continua a bruciare per non spegnersi.
Davide Mosca
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