Porto Rotondo: da borgo incantato a stella del cinema grazie a un film
Anna Testa firma un documentario che ripercorre l’inizio di questa incredibile avventura
C’è un luogo in Sardegna che più di altri sembra nascere da un’idea prima ancora che da un posto in particolare. Un racconto sensazionale a tal punto da essere al centro di un documentario. “Ci sedevamo sul tappo – Porto Rotondo il borgo inventato” è uno dei film in concorso ai David di Donatello 2026 capace di ricostruire la genesi di uno dei progetti culturali e turistici più originali del secondo Novecento italiano.
All’inizio degli anni Sessanta, quando la Gallura stava appena uscendo dall’incubo della malaria, i fratelli veneziani Nicolò Donà Dalle Rose e Luigino Donà Dalle Rose scoprono lungo la costa un’insenatura dalla forma perfettamente circolare: Poltu Ridundu. È un luogo che ha vissuto varie fase della storia dato che è stato utilizzato in epoca romana per il trasporto del granito destinato al Pantheon. La materia in questo caso diventerà il punto di partenza di un sogno che prenderà vita a breve. I terreni vengono acquistati dalla famiglia Deiana, pastori custodi di una cultura millenaria, per la quale il mare era sempre stato più una minaccia che una risorsa. Sono soprattutto le donne, eredi di quelle proprietà considerate allora prive di valore, a imporsi con determinazione nelle trattative, trasformando quei terreni in una nuova forma di ricchezza.
Il film racconta come dall’intuizione dei Donà nasca l’idea di un museo a cielo aperto, una “polis” contemporanea progettata da artisti e architetti legati all’esperienza della Biennale. Porto Rotondo prende forma così: non solo come un paradiso turistico internazionale, ma anche come esperimento culturale unico, dove l’arte e paesaggio dialogano in modo inedito.
La narrazione si affida alle voci dei protagonisti e di testimoni d’eccezione, dalla visione dello scrittore Marcello Fois ai racconti di Pier Andrea Nocella, Carolina Rosi, Nicola Pietrangeli ed Enrico Vanzina che restituiscono un mosaico di suggestioni e di episodi che attraversano decenni di storia italiana.
A chiarire l’intento profondo del documentario è una dichiarazione di Anna Testa, rilasciata a Taxidrivers: «Porto Rotondo è un luogo che ha sempre affascinato per il suo essere al contempo reale e immaginario. Ho voluto raccontare non solo le sue architetture e il paesaggio, ma soprattutto le storie delle persone che lo vivono e lo animano». C’è un passaggio interessante dell’intervista in cui la regista si sofferma sull’intreccio che si è creato tra il borgo e i giovani. «Le nuove generazioni spesso percepiscono Porto Rotondo in modo più leggero, legato alla vacanza e al turismo, ma ci sono anche giovani che ne custodiscono la storia e il patrimonio culturale. Nel documentario ho cercato di mostrare entrambe le dimensioni: la memoria che resiste e la curiosità di chi lo vive oggi in maniera più informale».
Riccardo Lo Re
[aps-counter]